Gli italiani pagano il kilowattora più caro, dal 30 % sino al doppio, rispetto ai cittadini dei maggiori paesi industrializzati; analogamente, la nostra industria è penalizzata da un costo dell'energia superiore a quelli dei suoi competitori.
Questa situazione è il prodotto delle scelte di mix energetico nazionale, assunte ormai decenni fa, che hanno determinato una fragilità degli approvvigionamenti con una dipendenza per circa 85% dall'estero, cifra destinata a crescere nel prossimo futuro. L'elettricità è prodotta per il 14 % dal carbone, per il 52 % dal gas e per lo 11% dai prodotti petroliferi. In più, la conseguenza del referendum seguito a Chernobyl fa sì che l'Italia non può produrre in casa energia elettrica da fonte nucleare; però la acquistiamo da Francia, Svizzera e Slovenia, per circa il 15% del fabbisogno.
Con i costi del petrolio e del gas sempre più alti e che rischiano ancora di crescere il paese ha bisogno di riequilibrare la situazione cominciando a sfruttare fonti meno care e con accessibilità meno critica. E' quindi necessario riconsiderare l'opzione nucleare, abbandonata per ragioni emotive più che razionali, che hanno prodotto la nostra fuoriuscita dal novero dei grandi paesi industrializzati nel settore energetico. Nel mondo operano 435 centrali nucleari in 32 paesi; i primi tre sono gli USA con 103 unità, la Francia con 59, il Giappone con 55, mentre l'Europa è la maggiore produttrice di energia elettrica da fonte nucleare al mondo.
Se anche consideriamo tra i 32 paesi solo quelli definibili "a democrazia storicamente consolidata", il totale della popolazione supera il miliardo. Sorge la domanda: è possibile che esistano al mondo un miliardo di incoscienti che accettano di mettere a repentaglio la propria salute e quella dei loro discendenti vivendo tra e con le centrali nucleari? Evidentemente no; e questa è la migliore prova della ragionevolezza della scelta dell'uso civile del nucleare.
Non a caso, più di 30 paesi, che non hanno ancora centrali, stanno prendendo in considerazione questa possibilità; fra questi, anche produttori di idrocarburi come quelli del Golfo, Libia, Algeria, Nigeria, Venezuela.
Le riserve di uranio garantiscono 150 anni di produzione di combustibile; con lo sviluppo dei reattori autofertilizzanti, che lo sfruttano molto più efficacemente, l'orizzonte temporale si estende molto più avanti. Tenendo conto di tutti i costi, inclusi quelli di smantellamento della centrale, il kilowattora nucleare è più competitivo di quello delle centrali a gas e confrontabile con quelle a carbone; queste, però, producono ceneri che contengono migliaia di metri cubi di metalli tossici da smaltire nell'ambiente.
La sicurezza è un tema che interessa i cittadini: ebbene, un potenziale rischio Chernobyl non è possibile in Europa perché gli impianti sono realizzati con tecnologie molto più efficaci di quella dell'ex Urss e con vincoli addirittura più severi, di quelli Usa.
Resta il problema delle scorie nucleari: vanno incapsulate per separarle dall'ambiente e confinate in siti adatti a garantirne la conservazione nel tempo sino a che diventino innocue perché la loro radioattività arriva anche molte migliaia d'anni. Gli sviluppi tecnologici di trattamento garantiscono un approccio sicuro al problema tanto è vero che già nel 2003, nonostante Chernobyl, la potenza istallata nel mondo è cresciuta del 44 %. Oggi 29 nuove centrali sono in costruzione mentre molte di quelle esistenti sono state migliorate tecnicamente aumentandone l'efficienza e prolungando la durata di vita.
L'Italia può e deve riconsiderare la scelta di adottare anche il nucleare: lo richiedono la sua vulnerabilità energetica, la più elevata tra i grandi paesi industrializzati, e ovvi motivi economici e sociali.
L'Industria e l'Università sono in grado di ripartire immediatamente perché hanno saputo mantenere nel tempo un presidio tecnico-scientifico di ottima qualità. Si dovrà ricostituire l'Ente di controllo per la sicurezza oggi smantellato, ma molto qualificato ai tempi in cui si poteva parlare di nucleare anche da noi. Per riguadagnare il tempo perduto, è necessario associarsi ai paesi che stanno realizzando le centrali di terza generazione, sicure ed operative tra pochissimi anni, e partecipare allo sviluppo di quelle di quarta che si prevede possano essere in funzione intorno al 2030.
Per ottenere i risultati sperati sarà necessario creare un livello politico decisionale forte che assicuri unicità di decisione e un coordinamento a livello centrale verso un obiettivo condiviso da tutti gli attori del processo, come ha insegnato l'esperienza dei paesi più avanzati in questo settore. Su queste basi è possibile arrivare alla realizzazione di una, forse, due centrali entro 5-7 anni a patto di riconquistare un rapporto di fiducia con cittadini coinvolgendoli nei processi di scelta attraverso campagne di informazione e formazione.
Una richiesta al Governo: fateci sognare; provate a rendere l'Italia un paese normale anche su questo tema.
Ezio Bussoletti
Ezio Bussoleti
28/04/2008
Le partecipanti al concorso di bellezza Miss Ucraina tenutosi a Kiev il 23 aprile.