Nonostante i
pressanti inviti di tutti i governi della regione, degli
Stati Uniti e dell'Unione Europea ad ammettere la
sconfitta, dopo tre settimane la Commissione elettorale
centrale, controllata da un fedelissimo del tiranno,
continua a sostenere che «i controlli non sono stati
completati».
È evidente che il regime sta usando questo
tempo per manipolare le schede. Nel frattempo, ha scatenato
la repressione: molti esponenti del Movimento per una
Svolta Democratica (Mdc), il partito di Tswangirai, sono
stati arrestati o bastonati, numerosi presidenti di seggi
in cui Mugabe è stato battuto sono in prigione accusati di
falso. La polizia ha effettuato una retata nel quartiere
generale dell'Mdc, sequestrando carte e computer e fermando
duecento persone. L'intento è quello di intimidire gli
avversari, forse in vista di possibili nuove elezioni, che
- naturalmente - vedrebbero Mugabe, al potere dal 1980, di
nuovo vittorioso.
Pur avendo portato il Paese al
disastro, con una inflazione del 165.000%, una
disoccupazione all'80% e un terzo della popolazione alla
fame, l'ottantaquattrenne tiranno sembra deciso a restare
in sella anche a costo di scatenare una guerra civile. Per
maggiore sicurezza, si apprestava a ricevere un carico di
armi dalla Cina, che doveva sbarcare a Durban e proseguire
per Harare via terra. Per fortuna i portuali sudafricani,
solidali con Tswangirai, si sono rifiutati di scaricare la
nave che, dopo avere cercato invano di fare scalo in
Namibia e in Angola, sta ora rientrando in patria. Ma l'Mdc
ha avvertito che un altro carico potrebbe arrivare in
Zimbabwe per via aerea e ha chiesto un embargo.
Mugabe
si è sempre fatto forte del suo passato di eroe della
guerra di liberazione e accusa Tswangirai di essere un
burattino dei "colonialisti" in cerca di rivincite. In
realtà, Tswangirai ha vinto perché la popolazione non ne
può più di essere oppressa da una cricca di "veterani" che
ha letteralmente saccheggiato il Paese, e ha ormai
l'appoggio di quasi tutti i 14 governi della regione.
Nessuno osa prevedere come finirà. Polizia ed esercito
sembrano rimasti fedeli al despota e hanno gli strumenti
per soffocare un'eventuale rivolta. La comunità
internazionale, Onu in testa, può esercitare pressioni, ma
non intervenire militarmente. Qualcuno spera in una
soluzione alla keniota, con una divisione del potere tra
gli uomini di Mugabe e l'opposizione, ma è più probabile
un'ennesima tragedia africana (e un ennesimo funerale per
democrazia e diritti umani).
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27/04/2008