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Duffy - Rockferry

La recensione di Stefano Mannucci

Duffy - Rockferry Una si chiama Aimee, è bionda con gli occhi azzurri ed è il tipo di ragazza che invitereste per una gita al mare, anche in bassa stagione. L’altra di nome fa Amy, ha nel volto i colori della notte e se le proponete una passeggiata preparatevi a sorreggerla: vi sverrà tra le braccia, e non per il vostro fascino. Per via di questa quasi omonimia, e di una quantità di fili intrecciati negli stilemi del soul e del rhythm & blues, le signorine Duffy e Winehouse sono protagoniste dell’equivoco pop del momento. Mentre quest’ultima è votata ad incarnare la figura della performer maledetta ed autodistruttiva (che tanto sinistro fascino aggiunge al suo talento), la prima è volitiva, sbarazzina, giocosa anche nei momenti di malinconia vocale: un manifesto vivente per l’ottimismo nel mezzo di una bufera di personalissimi blues.

Certo, posso finire entrambe a buon diritto nella stessa playlist dell’Ipod, con "Rehab" accanto a "Mercy", ma Duffy è davvero meno spendibile come personaggio a rischio, anche se a tratti irresistibile come cantante retrò: sembra essere stata immersa nelle acque sacre in cui si bagnarono, in luoghi diversi, le sacerdotesse del pop bianco e nero degli anni Sessanta, Dusty Springfield e Aretha Franklin. Duffy è gallese, ha 23 anni, ma il padre l’ha nutrita a pane e dischi vintage: i Rolling Stones, gli hit della Tamla Motown, la magia del jukebox, il vento d’amarcord degli anni Sessanta. Un buon modo per contaminare la nuova generazione con il seme della follia di quasi mezzo secolo fa, un esperimento genetico per impollinare con le spore del beat migliore una stagione discografica fatua come questa.

L’album di esordio di Duffy, già in cima alle classifiche di tutta Europa, segue il vorticoso "Mercy", un ballabile che dovrebbe essere adottato come inno di apertura in tutti i party continentali. Ma questo "Rockferry" si mostra evocativo e pieno di sfumature anche nelle ballad e in tempi medi pregnanti come "Stepping stone", "Syrup & honey" o "Hanging on too long". E quando la piccola Aimee si perde nelle tinte crepuscolari del naufragio sentimentale, sembra conoscere il segreto per uscirne presto e bene. Senza crollare e diventare alcolizzata o tossicomane: con ogni piroetta della voce e con pause piene di suspence, pare rincuorare i suoi sodali che la ascoltano. «Vedrete, tornerò felice, in qualche modo». In questo, così diversa da Miss Winehouse.


Voto: 7/10

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Stefano Mannucci

21/04/2008

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