Per cancellare i
pregiudizi e per vedere riconosciuto il diritto a
un'esistenza migliore. Possibile. Spesso, per diagnosticare
la malattia occorrono anche quattro anni. I sintomi si
confondono con i mali di stagione ed è molto difficile che
un giovane o una persona di media età immagini di essersi
ammalata.
Due bugie pesano più delle altre: che il
morbo porti necessariamente alla demenza e che colpisca
soltanto gli anziani. Lo hanno ripetuto i relatori
convenuti alla Luiss di Roma, lo ricorda Grazia Nardone,
presidente dell'Aip, sede di Roma. «Occorre parlare di
Parkinson il più possibile, la Giornata Mondiale in Italia
merita l'appoggio delle Istituzioni». Duemila iscritti e un
sommerso stimato molto più ampio, l'Aip festeggia dieci
anni brindando al sorriso di tutti quelli che, dopo aver
suonato al citofono dell'associazione in piazza Re di Roma
o essersi collegati al sito www.parkinsonroma.it, hanno
ritrovato la voglia di vivere. «Un'esperienza - sottolinea
Grazia Nardone - che vale la pena di condividere affinché
la società sappia comprendere e non rifiutare».
Un
disagio che conosce bene Francesca, 58 anni, malata da
quindici. «La fissità dello sguardo, il disorientamento,
l'impaccio nei movimenti. Prima di recuperare il mio
equilibrio vedevo nello sguardo degli altri l'orrore di chi
incrocia un drogato o un alcolista». La sua è esperienza
comune a tutti gli altri malati. Sentirsi respinti porta
all'isolamento e alla depressione. A volte, come nel suo
caso, (sposata, due figli, uno medico e uno veterinario)
addirittura a perdere l'affetto e la considerazione delle
persone più care: «Mio marito mi sta accanto, i miei figli,
dopo il disorientamento iniziale, hanno imparato a fare lo
stesso. Mia madre e le mie due sorelle no. Non hanno
accettato quel che mi è accaduto. Di fatto le ho perse
tutte e tre». Molte coppie si separano e al dolore si
aggiunge la disperazione. Francesca no. Ce l'ha fatta:
«Sono passata da una vita di paura al gusto della grinta.
L'incontro con Grazia Nardone è stato fondamentale. Ora so
di non essere sola, non mi vergogno più. Quando scoprii
d'essermi ammalata continuavo a chiedermi "perché a me".
Oggi mi dico "perché non a me". Ho smesso di preoccuparmi
del futuro, vivo nel presente. Penso ad aiutare gli altri,
non mi arrabbio più. Non sto a cavillare. In fondo sono
meglio adesso. Ho capito quel che non avrei mai capito».
Ancora più forte l'esperienza di Katia Durantini, 38 anni,
malata da otto, in cura da quattro. «Ringrazio Dio. Da
quando ho deciso di affrontare la malattia nel modo giusto,
sono migliorata, prima ero superficiale, ora so stare con
gli altri. Ho i miei momenti di tristezza, ma non mi lascio
andare. Troppo tardi ho capito che aiutando gli altri aiuto
me stessa». Per un anno, dopo la diagnosi, Katia non ha
vissuto: «Non uscivo più nemmeno per accompagnare i miei
due figli a scuola, prendevo le medicine, ma da soli i
farmaci non bastano. La vergogna mi opprimeva. Finché un
giorno mi sono guardata allo specchio, cretina, mi sono
detta, che cosa stai facendo? Ho aperto il computer ho
cercato Parkinson, ho trovato l'Aip. Ed eccomi qua. La
malattia dei belli e dei forti mi ha reso più bella e più
forte».
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12/04/2008