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Da Pizza ai mille simboli

Giustizia, politica e cavilli infantili

L'epilogo era scontato: con tanto di lieto fine, se così si può dire. Il signor Pizza, Carneade del romanzo politico italiano, ma erede legittimo (non so dire come e per quale statuizione) del simbolo scudocrociato appartenuto alla Dc, ha rinunciato ai suoi ricorsi amministrativi disinnescando la mina vagante del rinvio della data elettorale.

Per di più, la pronuncia della Corte di cassazione, su sollecitazione dell'avvocatura dello Stato, ha definitivamente risolto le questioni di giurisdizione, escludendo la competenza della giustizia amministrativa per la materia elettorale (e rimettendola alle giunte parlamentari che però, a sua volta, si erano dichiarate incompetenti a decidere). In confronto, il Castello di Kafka risulta una bazzecola. Risolto così, con un taglio gordiano, il nodo della turbativa al processo elettorale, rimane tuttavia il problema dell'avviluppo giudiziario attorno alle istituzioni politiche. E l'altro problema, collegato, del possibile contrasto fra le ragioni della politica e i diritti dei cittadini.
Tutti ci compiacciamo di avere evitato una figuraccia internazionale scongiurando il rischio di un rinvio chiesto per motivi, in fondo, pretestuosi. Ma dobbiamo essere altresì consapevoli che il risultato è stato conseguito con alcune forzature delle norme e delle procedure giurisdizionali vigenti. Non vale obiettare che la Costituzione prescrive settanta giorni di tempo dallo scioglimento delle Camere per tenere le elezioni. Sarebbe aberrante sostenere che questa disposizione sani automaticamente qualsiasi irregolarità venga commessa in quel lasso di tempo. Né vale la tesi secondo la quale le decisioni del Viminale - come quelle prese circa l'ammissibilità dei simboli di partito - non possano essere impugnate in quanto decisioni politiche. È vero piuttosto che si tratta di atti imputabili a un organo dello stato che, per quanto di alta amministrazione, è soggetto a censura giudiziaria dei possibili vizi che venga ad assumere. Argomentare al contrario significherebbe avallare in qualche modo l'idea che tutti gli atti con valenza politica siano "legibus soluti": ciò che collide evidentemente con i principi basilari dello Stato di diritto.
È necessario istituire per questo genere di controversie - che gravano sulla legittimità del processo elettorale - norme e organi specifici di controllo e giurisdizione ispirati comunque al criterio della terzietà. E in questo senso non possono essere le giunte di Camera e Senato a occuparsene. Né dovrebbe essere il sistema di giustizia amministrativa, con le sue estenuanti lungaggini procedurali (la cui sfera di competenza andrebbe semmai largamente ridimensionata, come avviene in tutti i paesi di civiltà liberale). Alla fine dei conti, il problema - come si usa dire - è politico. Tutti questi guai, comprese le ultime polemiche sulla confusione dei simboli nelle liste, si sarebbero potuti evitare se non fosse di nuovo esplosa l'irrefrenabile tendenza alla frammentazione dei partiti: malattia infantile del nostro sistema politico.

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Raffaele De Mucci

11/04/2008










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