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rinnovamento

Mi scusino i partiti, non credo a una parola

A scorrere le liste dei candidati per le prossime elezioni, sembrerebbe di poter cogliere qualche segnale di cambiamento, sia pure fra contraddizioni, reticenze e recidive.

Evidentemente, i refoli dell'antipolitica e il diffuso malcontento per un sistema che esclude le scelte dirette dei rappresentanti in parlamento qualche effetto di pressione sui partiti l'hanno avuto. Ma candidare qualcuno non significa garantirne l'elezione. I fattori determinanti, in questo senso, sono piuttosto il successo elettorale del partito e il posizionamento dei candidati nella lista. Se le "new entry" sono collocate per la maggior parte in fondo e i "vecchi" per la maggior parte in cima, il rinnovamento si ridurrà, ancora una volta, a un'espressione declamatoria. Tuttavia, a un primo esame "spannometrico" sulle liste dei due maggiori partiti in competizione - e in base ai dati del 2006 per la Camera - si può stimare un tasso di ricambio complessivo attorno al 40%, più o meno vicino a quello che nel 1994 inaugurò la saga della "seconda repubblica" (solo che le novità quantitativamente più rilevanti sarebbero introdotte, questa volta, dallo schieramento di centrosinistra).
Spingendo oltre l'esercizio di simulazione (con tutte le cautele del caso), sulla base delle nuove aggregazioni e delle soglie di sbarramento previste, si può facilmente prefigurare un rovesciamento della situazione di due anni fa, con la vittoria del Pdl, che dunque si assicura il premio di maggioranza, e il ridimensionamento - soprattutto in termini di seggi - del Pd: tale, tuttavia, da non compromettere l'elezione dei candidati piazzati nella metà superiore delle proprie liste (al netto del premio di maggioranza). In definitiva, la partita si chiuderebbe con il risultato - su scala nazionale - di circa sette punti percentuali a favore del Pdl. Che non è poi dissimile da quello che danno i sondaggi al momento. Ma anche se queste percentuali di voto risultassero sottostimate a svantaggio del Pd, la situazione non cambierebbe molto in termini di seggi, per via del premio di maggioranza. Modifiche importanti si avrebbero invece se la coalizione Pd-Idv riuscisse a ribaltare i pronostici a proprio favore. Resta naturalmente indeterminabile e imprevedibile l'esito del voto al Senato, a causa dei meccanismi di attribuzione dei seggi a livello regionale: e non è affatto escluso che qui possa aversi una parziale rivincita del centrosinistra, riproducendo - a parti invertite - le stesse condizioni di stallo e di ingovernabilità che caratterizzarono l'effimera legislatura precedente. A questo punto, non farebbe grande differenza se a gestire una situazione di paralisi istituzionale fossero i vecchi o i nuovi eletti. Ma poi, i "nuovi" - più giovani, più donne, più "civili" (nel senso di esponenti della società) - avranno davvero competenze e capacità migliori nel lavoro parlamentare? E, soprattutto, saranno più indipendenti o al contrario più malleabili dalle oligarchie di partito? Propendo per le ipotesi più malevole. Il fatto è che alla autoriforma dei partiti proprio non riesco a crederci.

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Raffaele De Mucci

21/03/2008










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