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Il punto

Tibet e Nepal, sussulti (e grida) di fierezza

Chiunque sia stato a Lhasa, sa che è una città cinese. Nella sostanza e nello stile, con alte palme in plastica che decorano le vie principali della città, con arredi urbani dalla forma improbabile di grandi funghi o di ciottoli in poliuretano, equidistantemente distribuiti nello spazio, e ciascuno capace di emettere dal suo interno dei suoni.

Il Dalai Lama Non proprio suoni: musica. Musica cinese da mattina a sera. Poi negozi, negozi a perdita d'occhio che fiancheggiano prospettive urbane rettilinee, quanto mai algide. Con cardi e decumani perfettamente ortogonali, angoli retti di puro artificio esotico che ovunque parlano di un ordine preciso e calibrato. Si direbbe: calato dall'alto con un elicottero.
Chiunque, in questi giorni, veda Lhasa in un televisore capisce - senza doverci andare - che essa è una città cinese. Non una città pacata, ma una metropoli temporaneamente increspata, inceppata dal moto disordinato di monaci in abito religioso che lanciano grosse pietre contro negozi e saracinesche chiuse. Da ragazzi che tirano pugni e menano bastonate ma che poi vengono afferrati e portati via per i capelli. Fuochi, corpi, auto incendiate, carri armati.
Il quadro è abbastanza limpido. La commemorazione dell'insurrezione tibetana di 49 anni fa che diventa l'occasione per scendere in piazza e manifestare. Le agenzie fanno la loro consueta parte offrendo bouquet diversi circa il numero delle vittime. Il Dalai Lama si erge super partes, invocando ascolto e invitando alla pacatezza. Se fosse stato qualche anno fa qualcuno avrebbe impugnato l'appello. Ora, per un differente spirito conciliatore, che nulla sembra avere del pio o del religioso, si preferisce tacere e non prendere ufficialmente le parti.
Accade tuttavia che gli scontri non cessino e che altre manifestazioni dilaghino anche fuori dai confini della Regione Autonoma del Tibet. Quelle nella regione del Sichuan sedate con idranti in un inverno a -15 sotto zero. Quelle dei profughi tibetani in Nepal, stato autonomo ed indipendente ma che non perde un solo momento a sedare ogni pubblica manifestazione, in nome dell'aderenza al riconoscimento di un'unica Cina. Pietoso atto di fierezza da parte di una nazione che, da sempre, funge da cosciente satellite e cuscinetto, in un perfido gioco-forza tra le due superpotenze di Cina e India.
Questi alcuni fatti e altri ne scaturiranno, credo e temo nei prossimi giorni. Al di là di tutto, fatti tragici che fanno emergere trame sottese che legano eventi e lasciano affiorare legami: quelli tra Asia e Asia, quelli tra Asia e non-Asia. Io tutto ciò lo chiamo "prova generale". L'attribuzione delle Olimpiadi 2008? Questa era ancora solo una voce che, schiarendosi le corde vocali, diceva ad un gigantesco microfono: uno, due, tre, prova..., prova...

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Martino Nicoletti

18/03/2008










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