Ieri, mentre stava per scadere il minaccioso ultimatum lanciato ai «ribelli» di Lhasa (mezzanotte locale, le 17 in Italia), il governatore del Tibet Qingba Puncog ha convocato in tutta fretta una conferenza stampa per dire che la polizia non ha sparato un colpo a Lhasa, che l'esercito non è mai intervenuto e che le vittime, tredici in tutto, «pacifici cittadini», verosimilmente di etnia cinese han, sono stati «bruciati vivi e accoltellati dai teppisti sostenitori del Dalai Lama».
Le dichiarazioni di Puncog contraddicono quelle di decine di testimoni secondo i quali la polizia è intervenuta in forze appoggiata da mezzi corazzati dell'esercito e che colpi di arma da fuoco si sono sentiti per tutto il pomeriggio di venerdì 14 marzo e la mattina di sabato 15. «So che ci sono molte voci e che i mezzi d'informazione stranieri hanno parlato di 35, 50, 70 e anche 80 morti a causa di questi incidenti - ha proseguito il governatore - ma oggi vi posso dire responsabilmente che sono notizie infondate». A Dharamsala, in India, esponenti del Parlamento tibetano in esilio hanno sostenuto che gli incidenti che si sono verificati «a Lhasa ed in altre zone del Tibet...hanno portato alla morte di centinaia di tibetani...». Samdhong Rinpoche, capo del governo in esilio, ha chiarito: «Penso che il bilancio sia intorno alla cifra di cento vittime». «È molto difficile - ha spiegato - avere un conto preciso, per esempio abbiamo una persona che in un solo obitorio ha contato 68 cadaveri». A Lhasa ieri tibetani e cinesi sono usciti dalle loro case normalmente per la prima volta da venerdì e le attività si sono avviate a riprendere il loro corso normale. Gli stranieri sono rimasti chiusi nei loro alberghi.
L'ultimatum lanciato dalla polizia di Lhasa ai ribelli, che devono arrendersi oppure andare incontro a «severe» conseguenze, è scaduto senza effetti visibili sul terreno, finora.
Resta sempre alta è l'attenzione del mondo sulla crisi cino-tibetana e continuano a piovere condanne e appelli alla Cina ad esercitare «moderazione». Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha invitato Pechino a trattare col Dalai Lama. Per la Russia comunque il Tibet è «una parte inseparabile della Cina» e «la soluzione dei rapporti con il Dalai Lama è un affare interno della Repubblica popolare». Ieri il presidente della Repubblica Antonio Napolitano, ha detto che è necessaria un'iniziativa dell'Unione Europea per affrontare l'emergenza. E per il leader di An Gianfranco Fini è «necessario esercitare la pressione internazionale a ogni livello. Ma è sbagliato discutere di boicottaggio».
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18/03/2008