E io dico: insorgiamo davanti all'alimentazione
ospedaliera, come hanno fatto all'Ospedale di Asti dove
hanno chiesto a Giovanna Ruo Berchera — maestra di cucina,
autrice del libro Maramangio con Primo Vercilli — di
impostare un menu che abbia buoni piatti e soprattutto
prodotti legati alle stagioni.
Domenica prossima a
Milano si apre la quarta edizione di Identità Golose, il
congresso della cucina d'autore nato dalla felice
intuizione del giornalista Paolo Marchi. Ora, alla domanda
su quale fosse il focus di questa kermesse, dove 60 cuochi,
pasticcieri, artigiani si alterneranno su un palco per
quattro giorni, m'ha risposto che è una cucina sempre più
attenta ai nuovi bisogni alimentari. Ebbene sì, la novità è
proprio raccontare come, stando attenti a grammature,
calorie, cotture, si può non solo tener conto del gusto, ma
esaltarlo, nonostante l'insorgere esponenziale di allergie
e quant'altro. Come? Secondo Paolo Marchi con un'identità
della cucina italiana che ha smesso di copiare la prima
tendenza esterofila che passava e che riscopre i prodotti
della propria agricoltura. E questa sembra una tendenza di
tutto il mondo occidentale, che d'improvviso s'è scoperto
malato, per via di un'alimentazione che derivava
dall'imbeccata pubblicitaria della tivù. Il primo che ha
posto queste tematiche fu Fulvio Pierangelini del
ristorante Gambero Rosso di San Vincenzo (Li) che dalla
passatina di ceci è arrivato alla pasta di farina di ceci,
adatta ai celiaci. E non siamo certo alla cucina
ospedaliera che deprime, come neppure alla cucina che somma
ingredienti e calorie all'insegna del «facciamoci del male
perché questa è la tradizione». Siamo invece — e sembra
paradossale — al gusto in primo piano, ma con una svolta
quasi epocale, che dovrà fare incontrare il mondo della
nostra alta cucina con quello della dietologia che rischia
di farci percorrere strade tristi e punitive. Iginio
Massari, il re dei pasticcieri, tre anni fa disse: «Non
mangio i dolci light, perché non hanno sapore».
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27/01/2008