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rispettare la sovranità popolare

Le firme cisono, referendum d'obbligo

Il motore della crisi avviato da Mastella con la decisione di uscire anche dalla maggioranza, e non solo dal governo, non esonera neppure [...]

[...] un presidente del Consiglio dimissionario dall'obbligo istituzionale di fissare la data dei tre referendum elettorali dichiarati ammissibili la settimana scorsa dalla Corte Costituzionale. La scelta dovrà cadere per legge su una domenica compresa fra il 15 marzo e il 15 giugno. Quanto più lontana sarà la data, come mi risulta che raccomandino al Quirinale, tanto più tempo avrà il Parlamento per apportare alla legge elettorale modifiche in grado di vanificare i quesiti referendari e di farli decadere. A meno che la crisi non precipiti verso le elezioni anticipate, che comporterebbero il rinvio dei referendum di uno o due anni, secondo i tempi di scioglimento delle Camere.
La corsa tra i promotori dei referendum, che vogliono modificare la legge abrogandone alcuni passaggi con il voto popolare, e i partiti desiderosi di provvedervi diversamente in Parlamento ha illustri precedenti ed è, per carità, pienamente legittima. Ma non è detto che ciò che è conforme alla legge sia sempre giusto. Anche le pratiche clientelari clamorosamente addebitate a Mastella e ai suoi cari in sede giudiziaria potrebbero risultare, per esempio, conformi alle leggi e alla prassi senza diventare per questo commendevoli.
Al di là del giudizio che si può avere dei tre quesiti referendari ammessi dalla Corte Costituzionale, che a me procurano più dubbi che apprezzamenti, l'inseguimento tra parlamentari e referendari mi sembra contrastare con il principio e la logica della sovranità che "appartiene al popolo", come dice il primo dei 139 articoli della Costituzione.
Il popolo quindi viene prima del Parlamento, la cui sovranità deriva dagli elettori. Ai quali appunto i referendari si sono appellati con il prescritto permesso della Corte Costituzionale, risultato ancora una volta favorevole alla prassi pur discutibile dei referendum non abrogativi di una legge, o di una sua parte, come consente l'articolo 75, ma modificativi di alcuni suoi passaggi, tali anche da snaturarne senso e finalità. Una volta ottenuta l'autorizzazione dei giudici costituzionali, i referendari avrebbero il diritto di reclamare la precedenza degli elettori rispetto ai parlamentari per una questione di buon senso, o di buon gusto. Il Parlamento insomma dovrebbe astenersi dall'intervenire sulla materia sino al pronunciamento popolare. Dovrebbe farsi garante di questo diritto qualsiasi governo dovesse succedere a quello di Prodi.
So bene che, con i tempi che corrono, rischierei con questa opinione di essere bocciato ad un esame di diritto costituzionale. Per fortuna mi è capitato di sostenerlo e superarlo quando mancava ancora la legge d'attuazione del referendum. Essa arrivò tardi e male, nel 1970, consentendo a mio avviso un uso illogico dell'istituto referendario. Sarebbe l'ora di cambiarla.

Francesco Damato

23/01/2008










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