Così vanno le primarie americane in un anno in cui non un solo candidato alla Casa Bianca ha avuto precedenti esperienze governative a livello nazionale e perfino essere stata first lady viene vantato come un plus. Con la sua inattesa rivincita Hillary Clinton, che alcuni giornali davano addirittura sull'orlo del ritiro, ha pareggiato i conti con Barack Obama. Adesso la corsa riparte virtualmente da zero e si concluderà con ogni probabilità solo il 5 febbraio, quando andranno alle urne tutti insieme 22 Stati, tra cui New York e la California, che vantano il maggior numero di voti elettorali. In questa seconda fase non conteranno tanto la capacità di parlare alla gente in piccole riunioni, che fin qui ha favorito Obama, quanto l'organizzazione, i fondi disponibili per la propaganda televisiva, l'abilità a relazionarsi con i media, le manovre per accattivarsi i vari gruppi d'interesse.
Nessuno osa più fare pronostici, anche perché la candidatura di Obama, che oltre ad essere il primo nero a tentare la scalata alla presidenza punta molto sul rinnovamento e sull'antipolitica, ha rotto tutti gli schemi e può indurre a recarsi ai seggi molti astensionisti abituali. Il suo messaggio piace ai giovani e agli indipendenti, che spesso costituiscono l'ago della bilancia. Ma, alla fine, il fattore più importante sarà il «tasso di eleggibilità» dei due candidati, entrambi un po' anomali: i democratici dovranno cioè decidere se l'America è più preparata per il primo presidente donna o per il primo presidente di colore.
Se nel partito dell'Asinello siamo al duello, in campo repubblicano le cose sono più complicate. Iowa e New Hampshire hanno rilanciato il senatore McCain, che due mesi fa stava per ritirarsi per mancanza di fondi e adesso è tornato tra i favoriti, e messo in luce il seguito del semisconosciuto Mike Huckabee presso la destra evangelica. Nello stesso tempo hanno mostrato i limiti di Mitt Romney, che nonostante la grande disponibilità di mezzi è arrivato secondo in entrambe la occasioni, e aumentato i dubbi sulla strategia di Giuliani, che ha ignorato i due primi round per concentrarsi su Florida e New York. L'incertezza è tale, e la forza dei candidati così frammentata sul piano geografico, che forse neppure le primarie del 5 febbraio riusciranno a indicare il favorito e si potrebbe arrivare alla "convention" di giugno con i giochi ancora aperti.
Nell'attesa, il mondo osserva affascinato lo spettacolo, augurandosi soprattutto una cosa: che i contendenti, in questo momento concentrati quasi esclusivamente sui problemi interni (perfino l'Iraq è passato in secondo piano) si ricordino al momento giusto delle responsabilità globali dell'America e ne siano all'altezza.
Livio Caputo
10/01/2008