Oltretutto il dibattito recente si è svolto sempre su
"come" trovare le risorse necessarie a coprire il disavanzo
e non invece sul perché lo Stato esige tributi tanto
elevati. Si dà per scontato, in altre parole, che lo Stato
abbia bisogno di spendere, per cui si cerca solamente dove
e da chi recuperare denari. Questo governo ricorre perciò
alla diffusione all'interno del corpo sociale del veleno
dell'invidia e dell'incitamento alla delazione sociale,
cercando di convincere ogni cittadino che il problema dei
conti pubblici sarebbe risolto se il vicino pagasse le
tasse: "tu paghi, lui no". Si pone l'accento, così, su ciò
che divide i cittadini e li si mette gli uni contro gli
altri, anziché evidenziare le responsabilità dello Stato.
La domanda da porsi allora è: è necessario che lo Stato
spenda tanto?
Il problema della giustizia fiscale non
può ridursi alle questioni della evasione, che pure è
importantissima, e del tecnicismo delle forme di prelievo,
ma di quanto lo Stato può e deve prelevare. Questo ci porta
ad esaminare in generale i rapporti tra Stato e i cittadini
ed i limiti dell'attività statale. Più lo Stato è
"pesante", più spende. Più spende, più deve chiedere
risorse; più spende male e più deve aumentare la pressione
fiscale. È chiaro, allora, che la questione fiscale non è
una questione tecnica, ma politica. E proprio su questo
tema i cattolici possono e devono intervenire alla luce
degli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa.
Nella dottrina sociale della Chiesa i confini dello
Stato rispetto alle autonomie private sono definiti dal
principio di sussidiarietà, a cui tutte le società sono
"gravemente obbligate ad attenersi". (Quadragesimo Anno di
Pio XI, del 1931). Questo principio stabilisce che "come è
illecito togliere agli individui ciò che essi possono
compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo
alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e
più alta società quello che dalle minori e inferiori
comunità si può fare". Compito dello Stato dunque è fare
quello che i privati non riescono a fare da soli: è per
organizzare questo "di più" che lo Stato ha diritto di
esigere i necessari tributi.
Al principio di
sussidiarietà si contrappone lo statalismo, che dilata la
spesa pubblica e, di conseguenza, la pressione fiscale. Lo
stato moderno perciò allarga sempre più le sue funzioni e
assume continuamente nuovi compiti. E' quello che è
avvenuto in questi anni. Con l'aumentare dell'attività
dello Stato è aumentato il carico dei tributi, perché nei
compiti che non sono i suoi la macchina statale spreca e
normalmente fallisce. È necessario che lo Stato si ritiri e
lasci spazio alla sfera del privato per anni umiliata e
compressa.
23/12/2007