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Il fisco è questione politica, non tecnica

Paghiamo troppe tasse
c'è troppo Stato

Le dimensioni anomale della fiscalità italiana, sottolineate e aggravate dai più recenti sviluppi della "manovra" finanziaria, stanno determinando una situazione di grave disagio nel Paese, che ha percepito l'"operazione" come una vera e propria "persecuzione fiscale".


Oltretutto il dibattito recente si è svolto sempre su "come" trovare le risorse necessarie a coprire il disavanzo e non invece sul perché lo Stato esige tributi tanto elevati. Si dà per scontato, in altre parole, che lo Stato abbia bisogno di spendere, per cui si cerca solamente dove e da chi recuperare denari. Questo governo ricorre perciò alla diffusione all'interno del corpo sociale del veleno dell'invidia e dell'incitamento alla delazione sociale, cercando di convincere ogni cittadino che il problema dei conti pubblici sarebbe risolto se il vicino pagasse le tasse: "tu paghi, lui no". Si pone l'accento, così, su ciò che divide i cittadini e li si mette gli uni contro gli altri, anziché evidenziare le responsabilità dello Stato. La domanda da porsi allora è: è necessario che lo Stato spenda tanto?
Il problema della giustizia fiscale non può ridursi alle questioni della evasione, che pure è importantissima, e del tecnicismo delle forme di prelievo, ma di quanto lo Stato può e deve prelevare. Questo ci porta ad esaminare in generale i rapporti tra Stato e i cittadini ed i limiti dell'attività statale. Più lo Stato è "pesante", più spende. Più spende, più deve chiedere risorse; più spende male e più deve aumentare la pressione fiscale. È chiaro, allora, che la questione fiscale non è una questione tecnica, ma politica. E proprio su questo tema i cattolici possono e devono intervenire alla luce degli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa.
Nella dottrina sociale della Chiesa i confini dello Stato rispetto alle autonomie private sono definiti dal principio di sussidiarietà, a cui tutte le società sono "gravemente obbligate ad attenersi". (Quadragesimo Anno di Pio XI, del 1931). Questo principio stabilisce che "come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare". Compito dello Stato dunque è fare quello che i privati non riescono a fare da soli: è per organizzare questo "di più" che lo Stato ha diritto di esigere i necessari tributi.
Al principio di sussidiarietà si contrappone lo statalismo, che dilata la spesa pubblica e, di conseguenza, la pressione fiscale. Lo stato moderno perciò allarga sempre più le sue funzioni e assume continuamente nuovi compiti. E' quello che è avvenuto in questi anni. Con l'aumentare dell'attività dello Stato è aumentato il carico dei tributi, perché nei compiti che non sono i suoi la macchina statale spreca e normalmente fallisce. È necessario che lo Stato si ritiri e lasci spazio alla sfera del privato per anni umiliata e compressa.

23/12/2007










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