E che diamine! Errare umanun est, perseverare... E invece ieri i senatori dell'Unione hanno fatto bis, costringendo il Professore a prendere atto di quanto è scalcinata la sua coalizione. E dunque consegnare al presidente della Repubblica le sue dimissioni. Un atto dovuto, che potrebbe aprire la strada a un governo Prodi bis, ma che nei fatti non elimina due crisi gravissime. La prima è quella di un sistema bipolare, oggi incapace di assicurare la necessaria governabilità e quindi destinato a soccombere senza una nuova legge elettorale. La seconda crisi, invece, sta tutta dentro l'Unione, dove oltre al contrasto tra sinistra riformista e sinistra radicale adesso emerge chiaramente lo scontro di potere sulla leadership del nuovo Partito democratico e, di riflesso, la rottura tra il premier e i Ds. Come leggere, d'altronde, l'accelerazione alla crisi impressa dal ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, con il reiterato avvertimento: «Se la maggioranza perde il governo andrà a casa». A tutto questo si sono aggiunte una serie di variabili "impreviste" dal Professore. Ma d'altra parte che cosa si aspettava? Che il senatore Andreotti, da sempre legato a doppio filo al Vaticano, accordasse il suo voto tutto contento al governo che ha inventato i Pacs e i Dico? Lo scenario che si apre adesso è assai incerto. Probabilmente Napolitano accorderà un nuovo incarico a Prodi. Ma se anche riuscirà a far nascere un nuovo esecutivo, questo sarà debole. Anzi, debolissimo. In alternativa, da ieri ci sono diversi "tecnici" che scaldano i muscoli. I più accreditati sono quelli che potrebbero raccogliere un appoggio esterno dell'Udc. Pochi parlano di un ritorno alle urne. Peccato. Perché per coerenza questa sarebbe la soluzione più corretta verso i cittadini elettori.