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L'ORDINE NON È STATO RISTABILITO

di FRANCO CARDINI

ALL'INIZIO degli Anni Novanta uno stdioso e ascoltato "consigliere del principe" molto ascoltato alla Casa Bianca ai tempi di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, pubblicava a proposito della situazione internazionale un libro dall'eloquente quanto allarmante titolo: Out of control.

Se si pensa che Brzezinski è stato uno dei protagonisti e quasi degli artefici, almeno sul piano dell'ingegneria politologica, del crollo dell' "Impero del male" sovietico, e che all'indomani di tale crollo tutti o quasi pensavamo che ormai il domani sarebbe stato sgombro di nubi o quasi (e che magari, come profetizzava il povero Fukuyama, si era alla vigilia dell' "uscita dalla storia"), c'è davvero da avere i brividi. Da allora, si è parlato alternativamente di "nuovo ordine mondiale" e di "disordine globale", d'impero e di caos. A detta di qualcuno, l'ordine sarebbe ristabilito o quasi, senonchè sarebbero vive nel mondo forze intese a destabilizzarlo; secondo altri, invece, il disordine è generale al punto che la situazione appare quasi ingovernabile, per quanto essa sia attraversata da molti progetti politici di rinormalizzazione. Il punto è, quindi, cogliere questi progetti: e, possibilmente, favorire il migliore tra loro ed ostacolare i più perniciosi.
Del parere che siano stati proprio i tentativi più rigorosi d'imporre ordine ad aver scatenato il definitivo disordine, sembra essere uno spettatore attento e profondo come Tzvetan Todorov, che nel recentissimo suo saggio Le nouveau dédordre mondial - Réflexions d'un Européen (Paris, Laffont, 2003) si ripropone il dilemma della scelta tra la forza e il diritto. L'europeo ed europeista Todorov, che si considera "uomo delle due sponde" d'Europa perché ha vissuto a lungo anche negli Stati Uniti, finisce con il giungere alla conclusione cui sono arrivati tanti osservatori americani. Che occorre sul serio un'Europa unita, forte, concretamente libera rispetto agli Stati Uniti: e che questa libertà è in effeti l'unica garante possibile dell'autentica amicizia e della sincera alleanza tra essa e gli Usa.
Sul Corriere della sera, Piero Ostellino è di recente tornato sul rapporto tra terrorismo "globale" e terrorismi "locali": per ribadire che non è per nulla detto che l'astenersi dal'intervenire sul terrorismo "locale" (come si è fatto in Irak) avrebbe garantito contro la violenza "globale". Giustissimo: salvo che il legame tra Irak saddamista e terrorismo "globale" non è provato fino in fondo. Mentre è vero quel che molti temevano: l'intervento degli Usa ha regalato una massa imprecisabile, ma forse più ingente di quanto non si creda, di simpatìe per il terrorismo nel mondo arabo e musulmano.
Il punto è dunque la lotta la terrorismo. È evidente, ormai, che il condurla con i bombardamenti a tappeto, gli eserciti e l'occupazione di paesi non serve. È non meno evidente che il terrorismo, a sua volta, non è una causa, al contrario di quanto pensano gli adepti della teoria del "Male Assoluto". Qui non si è davanti a "Demoni" di sorta: e nemmeno a un solo progetto politico: può darsi però che ve ne siano parecchi, tesi tutti a utilizzare un soilo, inesuaribile pozzo d'energie. Quello della profondità della disperazione, della frustrazione, del senso di ribellione dinanzi alle sperequaszioni e alle ingiustizie del mondo. Che ci sono sempre state, d'accordo: ma che solo la globalizzazione ha fatto emergere in tutta la loro virulenza, facendole conoscere a tutto il mondo. Anche a quell'80% della popolazione del globo che soffre la fame e la povertà. Perché purtroppo il pane, le scuole, gli ospedali mancano ancora nella maggior parte di tre continenti su cinque: ma le antenne paraboliche ce le hanno tutti, anche nei più tristi villaggi dell'Africa subsahariana, anche nelle più miserabili favelas brasiliane. E la parabolica permette di confrontare il paradiso occidentrale (anche se noi sappiamo bene che non c'è, o ch'è solo apparenza) alla miseria e alla disperazione. Questa è la vera "bomba caos" che bisogna disinnescare. Con al giustizia, come proclama il Papa. Non con

10/12/2003










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Yuri Malenchenko, a sinistra, e il comandante Peggy Whitson in un'immagine televisiva della Nasa